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IOLBlog

L'Abruzzo del post-terremoto
di castaway

Il dolore ed il contegno di chi in Abruzzo vive, ama, sogna e spera

Lettera ad un amico

Scritto da castaway il 28/03/2010

Mio caro amico,

mi chiedi di raccontarti qualcosa sulla mia situazione attuale: quante cose avrei da dire come terremotata! Ma nonostante il mio status odierno, cerco sempre di mantenere il contegno di chi fa una vita normale; per pudore, per volontà di apparire comunque come gli altri, come chi la sera può, per esempio, rileggere qualche rigo dal vecchio libro di poesie, o tirare fuori il vestito buono per il giorno dopo. Da molti mesi ormai tutto ciò che comprende la sana quotidianità, quella routine di cui spesso ci lamentiamo in condizioni normali, mi manca. Spesso attribuiamo alla routine le ragioni per cui siamo perennemente insoddisfatti di ciò che abbiamo, mentre aspiriamo a vivere cose più insolite, più intriganti, più bizzarre... quanto vorrei ora riuscire a far capire a tutti gli annoiati della loro quotidianità, che la routine è semplicemente lo scenario ordinato di uno spettacolo che può accadere solo proprio grazie ad essa. Come a teatro, anche nella più surreale delle rappresentazioni – mentre si aspetta Godot o mentre si vaga in cerca d'autore – la scenografia accoglie, facilita, completa il senso dell'accadimento teatrale. Così anche nella vita, il riferimento oggettuale del quotidiano (la propria casa, i propri oggetti) e la consuetudine spazio-temporale (il tragitto per andare al lavoro, gli uffici della città, il negozio del pane fruiti tutti i giorni) sono quegli elementi che ci permettono di esercitare la nostra professione, il nostro estro, la nostra creatività, le nostre relazioni. Dopo un terremoto come questo, il poter disporre della normalità scompare in pochi secondi, e ciò ha effetti di lunga durata. Io non dispongo più di nulla, non trovo più nulla, e in questi ultimi mesi la mia memoria è diventata prodigiosa, perché devo memorizzare i luoghi della mia vita sparpagliata, per riuscire a ritrovare qualcosa per affrontare la giornata, quelle minime cose necessarie che nell'oceano delle reciproche relazioni quotidiane ti facciano apparire normale.
Non ho spazio, non dispongo di una scrivania, non riesco a scrivere. Studio solo libri nuovi, in treno in autobus o in aereo. Dei miei 3.000 libri, spero solo non si rovinino dentro i cartoni, dove li ho buttati in tutta fretta nel tentativo di proteggerli. Più di tutte temo per loro l'umidità. Quando ne avrei bisogno per scrivere, subito mi viene in mente la loro collocazione nella bella ed elegante libreria che il padre di mio marito, raffinato ebanista, ci ha fatto prima di morire. Un testamento di bellezza che raccoglie, conserva ciò che della casa ho di più caro. Ad occhi chiusi, nella mente la mia mano scorre sulla fila di libri che mi interessa: il dito indice disegna una linea orizzontale sui dorsi, fino a fermarsi su quello che cerco, e che so con precisione trovarsi proprio lì, in quella collocazione. Sfogliarlo ed amarlo è una cosa sola, consapevole che è la fruizione a tenerlo in vita, a dare un reiterato senso ai tanti sacrifici di chi l'ha scritto. Nel mare delle parole che leggo, ad un tratto mi compiaccio di un concetto, un'analisi che corrobora, conferma o anche confuta ciò che sto scrivendo. D'improvviso apro gli occhi, e mi rendo conto che questa pratica usuale che da anni mi caratterizza è attualmente impossibile da praticare sui miei libri. E mi sento povera. Ho dovuto cambiare rapporto con i libri. Cerco di comprare libri piccoli, perché poi non ho posto dove metterli. Ho con me, in una borsa che mi porto sempre appresso, quelli che costituiscono il mio Sancta Sanctorum: qualcosa di Zevi, il mio amato Bruno Taut, la mia guida mistica Simone Weil, e Goethe. Il resto mi è rimasto addosso, ma non posso sfogliarlo. Questi pochi me li trascino gelosamente dovunque vada, come talismani, testimoni reali della mia vita prima: li guardo e so che c'era davvero una vita prima, quando il terremoto ancora non si era preso tutta la mia normalità. Ora capisco profondamente chi mi disse un giorno che la felicità non sta nel raggiungere gli obiettivi desiderati, ma nel continuare a desiderarli una volta raggiunti.
Sono ancora sfollata in albergo, con casa in fascia E (la peggiore). La casa dove mi sarei trasferita pochi giorni dopo il terremoto e dove ho parte delle mie cose. La prima casa che mio marito ed io abbiamo potuto acquistare, con grandi sacrifici, impegnandoci nella ristrutturazione a rispettare i suoi caratteri architettonici ma sopratutto a lasciare evidenti i segni della vita che in essa fluisce da fine '700. So già che è una casa dove non vivrò, forse perché troppo grande è il dolore nel vederla così stravolta, e forse perché il mio impegno per la ricostruzione delinea sempre più la mia condizione di Wanderleben. Sento mia ogni casa violata che vedo, ciascuna è il luogo dove la mia vita risiede. Non è una condanna, è un senso di condivisione e di appartenenza verso i drammi che dentro vi si sono consumati quella notte, che mi comporta una vergogna ed una colpevolezza più accettabile verso chi, a causa del terremoto, si trova in condizioni peggiori delle mie o peggio, nei confronti del caso impronunciabile, che le nostre menti vogliono rimuovere ma che in me prepotentemente riaffiora ogni giorno, come è giusto che sia. La notte del terremoto ero in una casa in affitto, ora fascia C, che ha ballato come quelle odiose giostre delle fiere. Per solidarietà, poco tempo dopo la padrona di casa che vive all'estero e non sa che farci di questa casa, ci ha mandato una bella lettera di sfratto dall'avvocato, intimandoci di togliere le nostre cose. Noi non sappiamo dove metterle le nostre cose rimaste, che sono poi quelle che ci servono per vivere. Per farlo, devono assegnarci la casa per cui siamo in lista con regolare richiesta. E' una casetta in un piccolo Comune, ristrutturata coi fondi della Protezione Civile, ma che la burocrazia non ci assegna da due mesi, perché "deve essere consegnata con i mobili". E i tempi sono impossibili, aspettiamo di settimana in settimana... ho perso le speranze. Da quando aspettiamo, mio marito ed io abbiamo sviluppato diverse patologie, non gravi ma estremamente fastidiose e difficili da debellare: afta, cistite, dermatite, reflusso esofageo, herpes. Il nostro medico dice di non preoccuparci, che sono mali che affliggono e accomunano molti terremotati. Quando parto per l'estero, tutto miracolosamente sparisce. Ma qui per stare meglio dobbiamo aspettare che qualcuno decida di ordinare il divano, forse quel qualcuno non sa decidersi sul colore, chissà. Parto spesso, instancabilmente – quando un'istituzione culturale me lo permette – giro l'Europa per parlare dell'Aquila e del suo territorio, che non è solo la città del terremoto spiego, ma un luogo di millenaria cultura, estremamente raffinata. Le mie conferenze hanno titoli incisivi: In difesa dell'Aquila/L'Aquila indifesa, La città storica come rifugio del XXI secolo, Abruzzo aquilano: un paesaggio che non può perire, Le ferite di una tipica casa aquilana etc., ma più incisive risultano le immagini che mostro, che lasciano il pubblico sbalordito nel vedere tanta bellezza prima, e tanta violenta distruzione dopo. In tutti nasce il desiderio di fare qualcosa, o di venire e conoscere l'Abruzzo, ed io mi rendo conto che in questo dramma di portata infinita per una città europea che forse pensava di essere in salvo solo perché allineata con i criteri della modernità, io sono solo strumento di connessione, di contatto, di informazione per tutti quei cittadini europei di buona volontà che qualcosa vogliono farlo davvero per noi, per la città, per il territorio, per la bellezza. Questo mio ruolo nella ricostruzione rende sopportabile ciò che ho vissuto nei mesi di tenda. Alcune cose sono troppo dolorose, ma sono stata il pilastro che tutta la mia famiglia si aspettava io fossi. Sono stata roccia, ho preso le decisioni per tutti, quelle che loro si aspettavano da me. Ma la notte, nella branda bagnata da quella maledetta pioggia che sembrava non volesse lasciarci mai, di nascosto piangevo. Ma più per il freddo che per il dolore interiore, che il disagio fisico si porta via anche i mali morali. Per reagire, con gli occhi pieni di lacrime e di quelle montagne circostanti che ogni mattina guardavo dalla soglia della tenda e che ancora mi seducono, ho pensato sempre ai bambini morti sotto le macerie. Per loro non mi sono abbandonata al mio dolore, per loro non mi sono concentrata sul mio dato personale, ed ho pensato solo al MusAA, a questa associazione dal nome ambizioso, MuseoArchitetturaArte, nata proprio dalla volontà di sensibili cittadini e studiosi tedeschi, che molto stanno facendo per l'Abruzzo. Per i bambini, per i quali valeva la pena dare la vita, morire sotto le macerie al loro posto, verso i quali proverò sempre la vergogna di essere qui, dove dovrebbero essere loro, che hanno vissuto molto meno di me, ed era quindi nel loro diritto vivere, sopravvivere al posto mio, fosse stato anche un solo giorno di più. Ho perso negli anni i miei 4 figli mai nati, ma so essere madre. Voglio contribuire alla ricostruzione della città che a loro sarebbe stata data in eredità, perché ogni mattone ricollocato, ogni pietra riassestata, ogni frammento di intonaco riposizionato sarà intriso dei loro occhi terrorizzati mentre il soffitto gli cadeva addosso, della paura che scoppia nel cuore quando la mamma non ti raggiunge per proteggerti, nel terrore di quegli attimi che precedono la morte inspiegabile. Inspiegabile per i bambini e ai bambini, agnelli sacrificali della nostra adulta incapacità di proteggerli. Dalla morte, fino alla morte.




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