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L'Abruzzo del post-terremoto
di castaway

Il dolore ed il contegno di chi in Abruzzo vive, ama, sogna e spera

Vita in tendopoli

Scritto da castaway il 01/05/2010

ndr: sono stata in dubbio se pubblicare questo testo, scritto durante i durissimi mesi di vita in tenda. Solo ora ho ritenuto opportuno rendere partecipe di questa dura testimonainza chi ha ancora pazienza di leggermi.

Da sempre il blu in arte è il colore del sogno, della smaterializzazione, del trascendente, del meta-fisico. Ogni singola unità, la tenda, che nell'insieme va a comporre le numerose tendopoli che costellano i nostri paesi in questo tempo funesto, è blu. Un blu sgargiante, quasi accattivante, con aspirazione ad essere consolatorio, quasi bello. Il solo blu di questa portata che la gente del luogo è abituata a vedere è quello del cielo, in quelle giornate che generose s'incontrano durante l'intero anno solare: il blu cristallino delle gelide giornate d'inverno, quando il sole splende dopo una bella nevicata ed ogni aquilano, se ha un buco di poche ora durante la giornata, in spalla gli sci e se ne va a Campo Felice o a Campo Imperatore a sciare, così, in stretta armonia con la natura, come se stesse andando all'ora di palestra. Oppure il blu opulento dei cieli d'oriente che d'estate si riverbera fino a qui, fondale di quel sole asciutto che sembra poter spaccare ogni pietra della montagna. Ma a questo blu a terra proprio no, non ci siamo abituati; questo blu che goffamente vorrebbe mimetizzarsi nel nostro paesaggio proprio non riusciamo a viverlo, a condividerlo. Siamo in un luogo dove ha trionfato la civiltà del calcare, e siamo consueti a percepire e ad interiorizzare tutte quelle sfumature di grigio e beige che la patina poi, come un incredibile supervisore generale, ha saputo amalgamare nel tempo. Quando c'è il sole, guardo i borghi e penso: miele! Quando piove, guardo i borghi e penso: cenere! Tutto rimanda ad elementi naturali, al modo simpatetico in cui l'uomo può costruire in sintonia con la natura. Qui il colore della pietra dialoga con i verdi sfumati della primavera, quando i mandorli sono il fiore; con gli ori intensi dell'estate, quando è ora di mietere il grano; con i rossi e i gialli dell'autunno, quando i boschi si addormentano per dare spazio al bianco invernale.
Ma nell'emergenza di avere un posto sicuro dove mangiare e dormire, tutto ciò passa in secondo piano; un pasto caldo e un posto letto in tenda hanno la forza, in un attimo, di farci dimenticare la cultura millenaria a cui apparteniamo. Privati dei nostri comforts quotidiani, in un attimo ridiventiamo cavernicoli, disposti a mostrare i denti e ad agitare la clava per intimidire chi, pur condividendo il nostro stesso destino di terremotato, deve spartire con noi un piatto di minestra. In questo senso, ho potuto constatare che per molti la tendopoli è stata "un'opportunità", eufemisticamente parlando: ho visto persone caricare i bagagliai delle macchine di felpe e coperte nuove, di torce e lenzuola ed altri beni di prima necessità, messi a disposizione dalla Protezione Civile; ho visto disparità nell'assegnazione degli equipaggiamenti delle tende a seconda degli assegnatari... come in ogni situazione, non è vero che gli uomini sono tutti uguali.
Una delle prime sere in tendopoli, mi sono recata nel bagno comune e ho notato su di un tavolo di plastica circa cento spazzolini ed altrettanti dentifrici. Sapendo di fare la gioia di mia madre, sono corsa a chiamarla in tenda, dicendole che finalmente poteva lavarsi i denti. Siamo tornate insieme in bagno, ma di spazzolini e dentifrici neanche più l'ombra. Ora io mi chiedo: ma che se ne fa uno di questa roba? La rivende? La conserva come cimelio? La regala a vita a tutti i famigliari? Non so dare risposte; so solo che quella sera, per dare un conforto a mia madre, sono tornata a casa sua e in gran fretta, per paura di una scossa, le ho recuperato il suo spazzolino da denti. Ma se le situazioni di emergenza sanno tirare fuori il peggio di un uomo, a seconda dell'intima indole sanno anche tirare fuori il meglio: è il caso di Vincenzo, un anziano venuto da fuori che in paese viveva una vita ai margini, piuttosto bistrattato. Fin dai primi giorni di allestimento della tendopoli, Vincenzo si è messo a disposizione della comunità, affiancando la Protezione Civile nella distribuzione del cibo e nel pulire i tavoli, sempre con quel sorriso che rivela i pochi denti rimastigli. La gente seduta ai tavoli si mostrava esterrefatta, quasi infastidita direi. A me sembra estremamente positivo il fatto che un evento così tragico abbia potuto dargli la possibilità di ricavarsi un ruolo all'interno della comunità; ma la mattina che l'ho visto alle otto in punto pulito e sbarbato, dritto sull'attenti con un sorriso di autocompiacimento stampato sul viso, con vestiti nuovi e basco rosso, a fianco del plotone dei Parà volontari durante l'alzabandiera, mi è sembrato un miracolo. Da quel giorno, tutti hanno imparato ad apprezzarlo, a scambiare con lui due parole. Cosa che Vincenzo fa volentieri, lasciando però cadere il discorso improvvisamente appena vede un tavolo da pulire, o una qualunque necessità impellente da soddisfare nel tendone mensa. Durante la giornata, lo si vede spesso in compagnia di Cucciolone, un giovane randagio di grossa stazza, bellissimo e di una dolcezza immensa che da qualche mese viveva in paese e che, nonostante fosse senza padrone, mostrava gioia e vitalità. Cucciolone è il nome con cui lo chiamavo quando veniva a casa a cercare un boccone buono. Glielo davo volentieri, anche perché i miei gatti restavano a guardarlo in maniera adulatoria, sapevano che di lui potevano fidarsi. Una settimana dopo il terremoto, dopo aver vagato in un paese deserto alla ricerca di cibo, acqua e compagnia, il randagio ha saputo seguire il suo fiuto e, percorrendo tutta la via Pereto fino al bivio del cimitero, ha scovato la tendopoli. Accolto dai volontari e da Vincenzo come mascotte, ricoperto di cibo e di coccole, è stato ribattezzato Navello. Nonostante il nuovo nome, non esita a tributarmi riconoscenza quando da lontano mi vede, correndomi incontro al nome di: Cucciolone!
L'arrendevolezza di alcuni verso la vita in tendopoli, si è contrapposta al rifiuto ostinato di altri: gli anziani sopratutto hanno vissuto il proprio spostamento fisico in tenda come un sacrilegio, come un affronto perpetrato dai figli. I nostri anziani hanno facce antiche, scavate dalla fatica e dalla precisione di gesti quotidiani legati alla vita contadina; hanno mani seccate dal sole e gambe snelle per la tanta strada quotidianamente percorsa, casa-stalla-pagliaio-legnaia-cantina-orto urbano e scale, antiche scale a dividere e unire tutto il paese. Le mani delle donne anziane in particolare sono bellissime: ruvide e compatte, ombrate sul dorso dal sole di tante estati passate al lavoro all'aria aperta, sanno ancora fare cose straordinarie come "ammassare" la pasta, "sfiorare" lo zafferano, "ricapare" i ceci. Sono come dèi Mani a protezione della loro casa, che mai lascerebbero. Vederli durante il giorno, tranquillizzati dai figli, seduti di fronte la tenda con lo sguardo silenzioso rivolto verso il paese è un dolore che lacera; ma se di giorno riescono ad accettare in qualche modo questa lontananza fisica dalla propria casa, dal proprio mondo, la notte si scatenano in loro tutte le paure della precarietà di uno spazio che non è famigliare, e cominciano ad urlare: «Voglio ji 'lla casa, Voglio ji 'lla casa, arepurtame alla casa, arepurtame alla casa!». È questa la cantilena interminabile che come il canto di un'antica tragedia greca commenta le difficili notti che si trascorrono in tendopoli. Come quella notte in cui mia madre doveva andare in bagno, e in balìa del sonno stava uscendo senza pantaloni. Io mi levo in pochi secondi, che più che dormire ho sempre vegliato di notte, le spiego con calma che non è a casa ma che siamo in tenda, e che ben 150 metri almeno ci dividono dal bagno della tendopoli, e che quindi deve mettere i vestiti pesanti. Tiro su la doppia cerniera dell'ingresso facendo meno rumore possibile e lasciamo la nostra precaria dimora; fuori è notte fonda, fa freddissimo e mentre camminiamo sotto l'ombrello sul vialetto di plastica, che non riesce comunque a proteggerci da quell'impasto di melma e fango che le piogge continue hanno generato, vedo una camionetta dei Carabinieri ferma, col motore acceso e le luci sparate verso il campo. Hanno ordine di controllarci a vista durante tutta la notte; noi passiamo a fianco del mezzo militare e vedo quei due poveretti lottare contro il sonno per vegliare noi terremotati. Di notte si capisce chi in paese è di vescica debole, infatti incontriamo diverse persone che, come una mesta processione, vanno e vengono dal bagno. Disponiamo di due bagni, per meglio intenderci una tazza ed un orinatoio per bagno, all'interno dello spogliatoio del campo sportivo: uno per gli uomini e uno per le donne. Naturalmente l'orinatoio nel bagno delle donne è assolutamente inutile; ad un certo punto ho pensato di usarlo per una lezione su Duchamp, ma poi ho subito scartato l'idea. Al campo siamo circa duecento. Niente bidet, solo docce aperte. Lo schock di condividere un odore che non è il tuo è grande, ma devi pur farla da qualche parte. Penso alle giovani ragazze da poco diventate donne, che necessitano di una delicata intimità per lavarsi, per cambiarsi l'assorbente. Qui è tutto promiscuo, e la privacy è una merce preziosa difficile da reperire. Torniamo alla branda, ma le mie avventure non sono finite: dopo circa mezz'ora, il rumore della cerniera d'ingresso squarcia il silenzio della notte, ed il mio stato torna vigile. Velocemente conto i miei famigliari in tenda, più grazie alla mia capacità di percepire i sonni individuali che alla fioca luce che viene da fuori: tutti presenti, nessuno in ricognizione esterna. Chi può essere dunque che entra in tenda nel cuore della notte? La persona entra un po' barcollante, e con sordi gemiti di incertezza raggiunge proprio il mio letto, dove cerca di infilarsi sollevando le coperte. Capisco subito l'equivoco, e mi rendo conto che la memoria visiva, unita alle facoltà sensoriali, può non bastare a ritrovare la propria branda fra tante nella propria tenda fra tante. «Oriana, questa non è la tua tenda, si trova due più avanti» bisbiglio io. «Oh Santa Lucia me'!», invoca la donna, volendo indicare con questa esclamazione che la vista non l'assiste più. Barcollando ancora di più, Oriana lascia la nostra tenda chiedendo scusa; indugia con difficoltà nella chiusura della lampo d'ingresso, poi si allontana inghiottita dal freddo. Io rimango lì sdraiata a pensare, con lo sguardo rivolto a quella apertura sul letto che funge da finestra, schermata da una trama di plastica orizzontale e verticale che mi fa vedere la luna, che nel frattempo ha finalmente fatto capolino, a sbarre. Fra poco farà giorno, e forse oggi mangeremo qualcosa di diverso della solita pasta in bianco, uovo sodo e mozzarella. Nonostante questa speranza, so che di altra natura è il cibo che ci serve per risollevarci da questa miserabile condizione: allora prendo le mie poesie di Goethe e a lume di accendino comincio a leggere.




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