Autenticazione

Nickname
Password
Iscriviti a Italiansonline!
Password dimenticata?
IOLBlog

L'Abruzzo del post-terremoto
di castaway

Il dolore ed il contegno di chi in Abruzzo vive, ama, sogna e spera

IL MIO TERREMOTO

Scritto da castaway il 21/05/2009

Anche questa sera, dopo aver dato gli ultimi croccantini del giorno a Ingrid e Tea, ce ne andiamo tutti a dormire, le mie gatte nelle loro ceste in anticamera, Lele ed io nel nostro letto caldo ed accogliente, da sempre baluardo da conquistare dopo una giornata di fatiche, e porto saldo a protezione dei nostri pensieri notturni.
Ci addormentiamo leggermente turbati per la lieve e breve scossa delle 23.30, che io percepisco appena ma che Gabriele – lui sempre più sensibile di me – sente distintamente.
«Dormi amore – dico io rassicurante – sarà una delle solite scosse che da tempo si sentono all’Aquila, ma un po’ più forte delle altre». Da sempre mio marito si fida di me, delle mie parole, ed anche questa volta non vede motivo di dubitare della mia voce calma e rassicurante; così, come sempre, ci addormentiamo stretti nell’abbraccio che appiana tutte le divergenze del giorno.
Mi addormento profondamente, ma con la consapevolezza della paura di Gabriele per la terra che un poco ha tremato.
3.32: un rumore come di martello pneumatico mi sveglia all’istante, è un rumore in crescendo, a cui si aggiungono i rumori degli oggetti che cadono dai mobili; realizzo immediatamente che si tratta del terremoto, il mio cervello era rimasto all’erta dopo le 23.30. Gabriele si sveglia due secondi dopo di me, e mentre l’intera stanza traballa con un suono sordo ma potente, ritmico, roboante, ci prendiamo la mano. Entrambe le nostre mani tremano, così come le gambe, e la testa, e il cuore. Riusciamo a conquistare la porta della camera da letto al buio, la luce è andata via, tremando, e sotto quella trave della porta dell’antica casa in pietra che ci ospita, ci abbracciamo senza dire una parola, immobili, consapevoli di poter morire ogni istante, in attesa che la terra si fermi, che finiscano quei 20, lunghissimi secondi di terremoto.
Ora, e da allora, mi continuo a chiedere: ma quanto durano 20 secondi? Mi viene in mente che quando ascolto Mozart 20 secondi scivolano via veloci, ed il mio orecchio è attento ai successivi 20, e poi ancora e ancora… poi mi ricordo quando rimasi incantata di fronte alla Notte Stellata di Van Gogh, a Berlino; il severo e preciso guardiano prussiano mi disse: «20 secondi ancora e poi deve lasciare la sala…» e quei 20 secondi non mi furono sufficienti per respirare fin nel profondo quella perfetta aria rarefatta di una notte gelida e splendente che il grande artista aveva “bloccato” sulla tela anche per me. Eppure quel 6 aprile, sotto la trave della mia camera da letto, quei 20 secondi non passavano mai, quel tempo interminabile scandiva ritmicamente i violenti colpi assestati dalla terra, un tempo dilatato che si impadroniva della mia latente percezione spazio/temporale, fino a farli diventare 200, 2.000 secondi…
Finalmente la terra si ferma; al buio scendiamo le scale, miracolosamente intatte, e finalmente usciamo sulla strada. Qui accorrono subito anche Rita ed il marito con i suoi bambini, Francesco il vecchio scapolone, e poi Lidia con il nipote Germano. Stiamo tutti ancora tremando di paura, le nostre voci si sovrappongono concitate: «State bene? E voi? E voi? ». Che gioia vederci tutti vivi, a quell’ora della notte, lì per strada. Il tremore della paura presto lascia il posto ai brividi di freddo: siamo tutti in pigiama, io in camicia da notte, quella bella che mi regalò la mamma di Gabriele – che di lì a poco ci avrebbe lasciati – e l’aspra Terra in cui abbiamo scelto di vivere non fa sconti ai primi di aprile, il freddo notturno è ancora quello invernale. Il buio che aveva accompagnato i nostri passi e invaso i nostri pensieri improvvisamente lascia il posto alla pubblica illuminazione, che torna così, all’improvviso, come se nulla fosse successo. Con coraggio gli uomini decidono di rientrare nelle case per prendere scarpe e giacche con cui proteggerci dal freddo, raccomandandoci di controllarli a vista. Lele prende anche il mio cellulare, ed io subito chiamo mia mamma e mia sorella, che vivono a Navelli come me, per assicurarmi che stiano bene. Stanno bene.
In questi primi minuti dopo la forte scossa, lì in piedi sulla mia strada di casa, sotto l’affascinante paese vecchio che come il relitto di una nave vigila sull’ambiente circostante, sento il fragore delle pietre delle antiche case che vengono giù, come smosse da un mare in burrasca che voglia portarle altrove. È un tuono quello che sento dal paese vecchio, è come un rumore di Natura che vuole tornare ai suoi primordi, un fragore che mi riporta alla mia infinita finitezza di essere umano “a tempo”, davvero poca cosa di fronte all’eternità della Natura. Penso in questo momento alla mia prima lezione di Geologia applicata e Idrogeologia; il professore ci spiegò: «è paradossale per gli uomini ma necessario per il pianeta Terra, affinché continui a vivere, che ci siano i terremoti…» ok va bene è necessario, ma io in questo momento sono preoccupata per Ingrid e Tea che sono misteriosamente sparite.
Oramai tutto il paese si è riversato sulle strade, nella grande piazza che da sempre è punto preferenziale di incontro, di scambio, di confronto, ed io penso, stranamente in questo momento, al mio testo che stavo scrivendo per il congresso di estetica di Amsterdam, in cui affermo con forza l’importanza della piazza come luogo reale di aggregazione, contro gli outlet, spaesanti non-luoghi. La piazza sta funzionando perfettamente, perché a colpo d’occhio tutti riusciamo a individuare i nostri cari. Trovo mamma e papà, Francesca con suo marito Jimmy e nel clamore dell’evento decidiamo di andare da mamma, che sostiene di non averlo quasi percepito il terremoto: «la mia casa è solidissima, non ha vibrato nulla. Mi sono svegliata, ho detto: mmm…forse è il terremoto…mi sono seduta sul letto e tutto era già finito. Sono scesa in strada per le vostre telefonate, sennò tornavo a dormire». La demistificazione di mamma ci convince ad andare nella sua casa-bunker, e la muratura in pietra di 80 cm sembra davvero poterci proteggere da qualunque pericolo. Ma è dalla TV che cominciamo ad apprendere la grande tragedia che si sta consumando a pochi km da noi: L’Aquila, Onna, Paganica e persino Castelnuovo, poco distante, stanno pagando in preziose vite umane il prezzo della fragilità – e della negligenza – dell’uomo nei confronti della Natura.

Aprile 2009
***







Questo articolo è stato votato da 4 lettori e ha una media voto di 8,5.

Commenti a questo articolo:
costernazione e stupore, un dolore e un vuoto nel mio corpo,la mia mente é annebbiata dalle notizie che arrivano veloci dalla televisione, sono un abruzzese che vive a parigi la mia famiglia abita sulla costa a sud dintorni di Vasto,loro non sono in pericolo, ma il mio pensiero va a i cittadini colpiti dal sisma,conosco le qualità degli abruzzesi,sinceri, lavoratori, infaticabili, disposti a fare sempre il massimo come mio zio ,che trova il tempo di coltivare la terra ,gestire un negozio, fare le visite ai contadini come perito agrario, ecco di abruzzesi come lui ce ne sono tanti altri, allora coraggio! la vita deve riprendere il suo corso,fatevi forza ciao ABRUZZO .

Scritto da peppiniello il 26/05/2009 12:34
c'ero anch'io...

Scritto da meoperso il 23/07/2009 13:35