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IOLBlog

L'Abruzzo del post-terremoto
di castaway

Il dolore ed il contegno di chi in Abruzzo vive, ama, sogna e spera

Verso la città distrutta

Scritto da castaway il 24/05/2009

Lunedì 6 aprile: lo sgomento questa volta non scaturisce solo nell’apprendere la notizia del giorno, ma nel “vivere” la notizia, nell’essere parte integrante dell’evento che rende la notizia possibile e, ahimè, veritiera. Ed è davvero diverso, perché non vorresti essere notizia, vorresti che fosse una mattina come tutte le altre, in cui ti svegli e provi a realizzare i buoni intenti della giornata, magari concedendoti quel momento di pigrizia, anche di noia se serve. Ma se sei in mezzo al terremoto c’è spazio solo per la paura, il senso di impotenza, il dolore.
Quando la paura si impadronisce di noi, ci fa fare cose strane, che viste da lontano credo sembrino davvero irragionevoli: per esempio, da quel giorno il mio nucleo famigliare vive compatto, a prezzo di calpestarci quegli spazi fisiologici di solitudine necessari ad ogni uomo; ma quando arrivano le scosse – e ancora arrivano, accidenti! – vogliamo essere tutti insieme, per essere certi semplicemente di stare tutti bene. Lo so, è ridicolo; possiamo farci male camminando per strada, o prendendo l’autobus, o tagliando una fetta di salame. Ma questa è la sindrome da terremoto, e la si vive fino in fondo.
Lunedì sera decidiamo di dormire in macchina, come tutti gli abitanti del paese; la mattina dopo ho compreso fisicamente il senso della parola “addiaccio”. Siamo nel parcheggio di fronte al Bed & Breakfast di mia sorella, che fortunatamente ha un bagnetto in giardino dove poterci lavare; ancora impastata dal sonno discontinuo della notte appena trascorsa vedo una giovane donna, alta e dal viso composto; in lei riconosco subito i tratti della viaggiatrice. È una giornalista tedesca che chiede di poter avere una stanza, ma subito mia sorella spiega la pericolosità della situazione. Annette dice di aver ricevuto incarico dal suo giornale di scrivere un articolo sul terremoto, intervistando un personaggio di spicco; dice anche di avere dubbi e perplessità su chi cercare e su come raggiungerlo, in una città che non conosce affatto.
«Potresti metterti in contatto con la Presidente della Provincia dell’Aquila – mi intrometto io – ho avuto occasione di conoscerla, è una tipa molto in gamba e si può cercare di rintracciala». Il suo sguardo severo indugia alcuni secondi sul mio viso, come a cercare di captare la veridicità delle mie parole; decide di fidarsi: «Si non sarebbe male, hai modo di aiutarmi a rintracciarla? »
«Si ecco i numeri di telefono…ah io sono Paola».
«Ok perfetto grazie Paola».
Dall’operatività di Annette traspare subito la precisione tedesca, ma anche una certa flessibilità e attitudine alla comprensione propria di chi ha viaggiato molto, e che molto ha saputo condividere.
Mentre l’ascolto con apparente noncuranza, balena in me l’idea di contravvenire alla “regola del clan terremotato”: so che lei, in qualità di giornalista, ha libero accesso alla città, una città che lei non conosce ma che io conosco perfettamente. All’Aquila so sempre esattamente dove mi trovo, è la chiesa o il palazzo o la piazza o il monumento antico che me lo segnalano. In un lampo penso che la mia topografia architettonica possa essere utile ad Annette; e nonostante le scosse continuino, vorrei vedere con i miei occhi la condizione attuale di quegli edifici che amo e di cui in passato ho scritto. Di nascosto dalla mia famiglia le propongo di portarmi come guida; la sua professionalità le impone un netto rifiuto anche per la pericolosità della situazione.
«Annette è la mia città, è la mia gente, lascia che io possa farti da guida, così che il tuo pezzo dia voce al dolore per quel che resta di questa splendida città…». Lei velocemente raccoglie i suoi appunti, la giacca, le chiavi della macchina e volge lo sguardo altrove; tentenna, si guarda intorno e vede quanto è bello il nostro paesaggio, anche durante un terremoto. Piantandomi gli occhi in faccia mi dice: «Ok andiamo sbrigati». Usciamo velocemente, di nascosto da mio marito che mai mi lascerebbe andare. Ma io devo andare, sento che devo farlo.
Da due giorni viene chiesto ai cittadini di non mettersi in macchina, di lasciare libere le strade per i soccorsi; solo ora, stando sulla strada, mi rendo conto dell’interminabile processione di ambulanze, vigili del fuoco, mezzi della Protezione Civile, Polizia, Carabinieri, e poi la carovana straziante di macchine delle pompe funebri. Mentre le vedo, penso all’ossimoro stridente che esse rappresentano, in contrapposizione alla morte che è morte, semplice e dolorosa, e non c’è Mercedes di lusso che ne possa attutire la definitiva sistematicità. All’iniziale sgomento silenzio di fronte a tale processione, decido che durante i 35 km che ci separano dall’Aquila è meglio parlare; così racconto ad Annette qualche dettaglio sulla storia dell’Aquila, e su come la città seppe reagire dopo il grande terremoto del 1703. Parlo della qualità architettonica degli edifici allora costruiti, di come un post barocco severo abbia saputo ricucire i resti di palazzi rinascimentali in nuove, innovative spazialità: la facciata convessa di Palazzo Centi, il ritmo spezzato e i capitelli ruotati della chiesa di Santa Caterina, le illusioni ottiche dei mirabolanti scaloni interni di Palazzo Ardinghelli…il mio racconto si interrompe improvvisamente quando passiamo di fronte alla chiesa tratturale di Castelnuovo perché l’azione del terremoto mi si para davanti in tutta la sua imperturbabile violenza: l’abside è collassato a terra, e uno squarcio che è ferita ha violato la sacralità della piccola chiesa. Ora io vedo ciò che da tempo desideravo vedere, il suo interno, rigorosamente restaurato ma sempre chiuso; ma non volevo così! Non con questa ferita! Vedo ciò che resta del catino absidale, e splendidi affreschi sulle pareti laterali, una teoria di Santi che la mia immaginazione ed il mio senso di libertà mi fanno percepire in movimento, come se da quello squarcio potessero uscire per mettersi in salvo, saltando a balzi nella loro ieratica fissità di figure frontali.
«Paola dobbiamo raggiungere la caserma della Guardia di Finanza» dice Annette riconducendomi al motivo della mia presenza, ed io interiormente la ringrazio di aver interrotto i miei pensieri perché adesso vorrei soltanto tornare indietro nel tempo, due giorni soli, quando tutto era ancora in piedi, vite monumenti e destini. Mi vengono alla mente quei versi della Venezia salva di Simone Weil che amo tanto: “Stasera è ancora felice la splendida città;/per una sera ancora fiero e intatto il suo popolo./La ricopre quest'ultimo sole con i suoi raggi/e se sapesse certo si fermerebbe per pietà”.
Mentre do indicazioni avvicinandoci sempre di più alla città, non ho occhi sufficienti per vedere a destra e a sinistra della strada la devastazione del terremoto: vedo San Greogorio, e Bazzano, e Onna di lontano; le belle pietre color miele che componevano le case sono inerti a terra, sono pietraie, e si sono portate dietro assi di legno, cavi d’acciaio, pezzi di mobili e di sanitari, e tutte quelle cose che fanno la vita di ogni persona, e che da quella distanza i miei occhi non riescono a vedere, ma il mio cuore si, e il pianto sembra voglia strozzarmi…
Decido di passare da Porta Napoli anche se è la via più lunga, ma possiamo vedere il cuore della città; prima di affrontare l’ultimo tratto in salita – quello che mi piaceva sempre fare prima di passare sotto la Porta Urbica, perché mi sembrava di valicare un ponte levatoio di accesso alla “cittadella”, alta, bella, fortificata e imprendibile – veniamo fermate da un posto di blocco che ci dice «da qui non si sale». Tranquillizzo lo sguardo perplesso della mia compagna di viaggio, proponendole subito una strada alternativa. Prendiamo la variante, che è percorribile nonostante qualche profonda sconnessione del manto stradale; sul finire della strada, tutta in salita, rimpianiamo….eccola la mia città! Il perimetro del suo centro storico, dettato dalle mura storiche che come un nido l’avvolgono, appare smembrato, mangiato, e ha perso la purezza della sua linea, sporcata da rovinose cadute di porzioni intere del paramento murario. Subito davanti ai miei occhi, alta e imponente, si para la cupola di San Bernardino fortunatamente ancora in piedi, ma a distanza di un battito di ciglio…il suo campanile, a terra! La cupola di Santa Maria del Suffragio, a terra! La cupola di Santa Maria di Collemaggio, a terra! E poi case e palazzi sventrati, piegati, aperti. Inermi.
Annette mantiene un contegno imperturbabile ma è visibilmente colpita; prosegue seguendo le mie indicazioni stradali. Si procede lentamente perché le strade sono un brulichio di gente scomposta, chi in tuta chi ancora in pigiama e con una felpa di fortuna, tutti con uno zaino o un trolley o un sacchetto di nylon in mano; cammina l’umanità superstite dell’Aquila, sembra vagare senza meta, tutti per strada in un’ora in cui solitamente la città è tutta al lavoro. Adesso mi vengono in mente i miei giorni di studio ad Ankara, quando per staccare un po’ la spina mi sedevo al caffè di Atatürk Bulvari e osservavo questo straordinario popolo mediorientale perennemente in movimento, con la povertà attaccata alla suola delle scarpe ma la nobiltà del movimento delle tribù nomadi, andare chissà verso dove, e provenienti chissà da dove…ma gli aquilani, disorientati per le strade di un’urbe la cui terra continua a tremare, sono abituati a vivere in una città il cui motto recita IMMOTA MANET.
Finalmente giungiamo alla Scuola della Guardia di Finanza, un vero quartier generale dove si coordinano le operazioni di soccorso. La struttura, moderna ed imponente, sembra estremamente sicura, ma all’interno mi rendo conto che ogni stanza che vedo ha almeno una crepa. Vedo decine e decine di persone che si muovono, chi corre, chi parla nervosamente al telefono, chi impartisce ordini, chi dà indicazioni, chi richiede un’ambulanza. Il personale militare è molto fermo nel dirci cosa fare, dove camminare; fermo ma con tono gentile, direi commiserevole quasi.
«I pedoni devono assolutamente lasciare libere le corsie d’ingresso carrabili», ci dice con dolce severità il militare del corpo di guardia; ma proprio in quel momento sulla corsia carrabile si affaccia, solo, malvestito e con un cerotto sul volto, un giovane ragazzo con un gatto color nocciola striato in braccio. Il gatto ha una zampa penzoloni, e sembra avere la stessa espressione del ragazzo, il quale cammina lentamente, con passo incerto, impaurito ma imperturbabile nella sequenza progressiva dei suoi passi. «È il mio gatto. Vi prego aiutatemi, si è rotto una zampa durante il terremoto. È il mio gatto». Le parole del ragazzo sono di dignitosa supplica; ripete due volte è il mio gatto come se stesse dicendo è la mia vita è il mio tutto è ciò che mi rimane…
«Venga pure, c’è qui un’ambulanza veterinaria. Ma la prego si sposti dalla zona carrabile». Le regole sono regole; l’ambulanza veterinaria è l’eccezione che conferma che, se gli Italiani vogliono, sanno essere grandiosi nell’organizzare anche i dettagli.
Nel frattempo la mia compagna di viaggio si dimostra eccezionale nella sua capacità di coniugare professionalità e umanità; trovo interessanti le sue domande, acute ed intelligenti, ed apprezzo le risposte della Presidente. Ma stando lì al suo fianco, ascoltando l’intervista, mi faccio assalire dalla “sindrome da terremoto”: c’è stata un’altra scossa e ho avuto paura, voglio tornare dai miei famigliari per essere certa che stiano tutti bene.

Aprile 2009
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