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IOLBlog

L'Abruzzo del post-terremoto
di castaway

Il dolore ed il contegno di chi in Abruzzo vive, ama, sogna e spera

In cerca di dimora

Scritto da castaway il 27/05/2009

Dopo alcune notti passate in macchina, la schiena è sempre anchilosata e le caviglie rimangono gonfie per molte ore al mattino; la notizia che presso il campo sportivo è stata allestita la tendopoli arriva come una liberazione, anche se la ricerca di stabile quotidianità mi rende un po’ reticente. Infatti, nonostante le minacciose lesioni che sono comparse in casa, che non esiterei a meglio definire “squarci sui muri”, nutro ancora l’illusione di poterci entrare nella mia accogliente dimora; ma sappiamo che prima bisogna aspettare la perizia tecnica degli specialisti preposti alle verifiche. Ma c’è un altro, preponderante problema: ieri sera c’è stata un’altra scossa forte che ha ulteriormente compromesso la sicurezza della casa, e dei miei nervi ancor di più…tutta la famiglia decide che, come gli altri, dobbiamo accettare di andare in tenda, perché anche noi siamo i terremotati. Per mia madre è davvero difficile accettare l’idea di chiedere, di farsi aiutare; lei che ogni mattina si alza alle sei e, godendo del cinguettio degli uccellini e dei primi raggi di sole che vanno a svegliare ognuno dei suoi fiori multicolori, incomincia a disporre il lavoro casalingo per la giornata, preparando ciò che a noi figli può servire ancor prima che lo chiediamo. Lei si sente come una regina, nella sua antica casa di pietra che sotto la sua direzione funziona in modo autonomo, come gli antichi castelli medievali. Come può una regina lasciare la guida del suo castello? Solo se fatta prigioniera e costretta all’esilio. Ecco, mia madre da quel giorno si sente prigioniera in esilio.
Il neologismo tendopoli usufruisce beffardamente del concetto di πόλις: effettivamente si tratta di una città con precise gerarchie, di ubicazione e di compiti specifici, ma è una città di stoffa che sembra poter volar via con la prima folata di vento. È curioso che sia proprio la precarietà che un pezzo di stoffa teso sottende a garantirci salva la vita, in questi giorni in cui la terra aquilana continua a tremare. Sono storico dell’architettura, e ho sempre studiato gli edifici sia come contenuto artistico che come contenuto sociale; la prima funzione della casa, intesa come dimora, è quella di proteggere, riparare, difendere, custodire. Ma durante un terremoto tutto questo viene radicalmente sovvertito: quella stabilità fatta di fondazioni, di pietra, di mattoni, di cemento, di tegole, può diventare la nostra definitiva tomba. Durante il terremoto ti può uccidere ciò che hai di più intimo, di più familiare. E l’armadio della nonna, la Tonet comprata al mercatino, l’acquerello imperdibile riportato dal viaggio in Tunisia, il servizio di calici di cristallo regalati dalla zia, i romanzi preferiti acquistati nell’arco di una vita, tutto questo diventa corredo funebre. All’Aquila ha ucciso ciò che per tutta la vita ha protetto. Ha ucciso uno dei bisogni primari dell’uomo: avere una dimora, dopo il cibo e l’abito per ripararsi dal freddo.
L’ingresso al campo è segnato dal cancello che custodisce gli impianti sportivi; il mio nucleo famigliare lo varca compatto, come se la stretta vicinanza ci rendesse più forti e meno intimoriti, fino a raggiungere i paracadutisti della Protezione Civile che stanno assegnando le tende:
«Signori prego venite, tenda numero 4 lato esterno».
Mia madre ha gli occhi gonfi, io sdrammatizzo subito:
«Mamma hai visto, ci hanno dato la suite numero 4, vista cimitero. Stasera dormiamo vicino ai nonni!».
Lei ride piangendo, come il giorno della mia laurea, ma con un piglio drammatico questa volta. Il nostro passo lento per raggiungere la nuova dimora è quello dei diseredati, dei disillusi; intorno a noi altri abitanti del paese stanno misurandosi con questo nuovo spazio, fisico e mentale, con propositi positivi mi sembra. Eppure, riconosco in ciascuno di noi la stessa espressione, un misto di stanchezza e paura che ci piazza sulla faccia una sempiterna smorfia allibita.
Varchiamo la soglia della nostra tenda blu e subito ne ho una percezione spaziale più grande del previsto; questo mi rende contenta perché i nostri 6 letti hanno sufficiente spazio di respiro e mi sembra garantito quell’existenzminimum codificato dal pensiero razionalista di primo Novecento. In religioso silenzio poggiamo le nostre (poche) cose e cominciamo a fare le brande con le lenzuola e le coperte messe a disposizione; è tardo pomeriggio, il freddo si fa sentire, non abbiamo corrente e quindi neanche una stufetta per riscaldarci durante la notte, che arriverà presto.
«Vado a casa a dare da mangiare alle gatte» dice mio marito – dopo essersi più volte girato e rigirato intorno come a cercare qualcosa che non trova – intendendo però il giardino di casa, dove abbiamo creato una dimora provvisoria anche per Ingrid e Tea. Io comprendo subito la sua necessità di “fare casa”, di cercare quella sicurezza che solo gli spazi consueti sanno dare, per poi trasporla in qualche modo in tenda. Adesso guardo Gabriele con tenerezza, riflettendo sulla mia indole ulissiaca che mi porta spesso a lavorare all’estero, e ogni città in cui vado diventa “casa” grazie alle straordinarie relazioni umane che si stabiliscono…contrapposta al mio nomadismo è la sua stanzialità, il suo bisogno di casa che io per gioco gli dico provenire dal suo essere del segno zodiacale del Cancro: un paguro che non lascia mai la sua casa, se la trascina dietro sulla groppa con tutto il suo contenuto di granelli di sabbia e di memorie.
«Si vai ma non entrare in casa, lo sai che può essere pericoloso», gli dico con l’accondiscendenza di chi comprende profondamente un pensiero, un’esigenza, una necessità.
I volontari, gentili e organizzati, che si occupano di noi hanno intanto preparato una cena frugale e ci invitano a raggiungere la zona cucina; mio padre, che dalla notte del terremoto quasi non parla più, imbraccia il suo zainetto dove ha riposto alcuni beni di famiglia che ha paura di perdere.
«Hai preso il tesoro di Atreo?», gli dico per farlo ridere; lui si sforza ma nasce sul suo viso un’espressione di doloroso sorriso. Mio padre, il mio eroe di bambina, così forte, così bello con quei suoi caratteri somatici greci, adesso mi appare fragile, senza pelle, e mi sembra che posso tenerlo tutto in una mano. Me lo prendo sottobraccio, mia sorella prende mia madre e camminiamo mesti verso la cena dei terremotati.
Andiamo a letto presto, come a non voler pensare. Dentro la tenda fa freddissimo, abbiamo tutti 3 felpe addosso e 3 coperte, eppure ho le mai gelate. Nel silenzio della notte sento il rumore dei pensieri di ciascuno dei miei famigliari mentre provano a dormire; d’improvviso una scossa ci fa sobbalzare, i letti poggiati a terra ballano come culle ma la paura lascia spazio al pensiero razionale, consapevoli che il pezzo di stoffa che ci sta sulla testa non può farci del male. Si alza un vento freddo e minaccioso che ad ogni folata sembra sollevare la nostra tenda, e davvero penso che riuscirà a portarla altrove. Mi addormento con questo pensiero cupo, ma in sogno la mia fantasia lavora per riequilibrare le mie energie positive: la nostra tenda blu si stacca da terra e comincia a volare come un tappeto volante. Si! Stiamo volando sopra Navelli e da lì vedo i contadini mietere il grano, la processione per la festa della Madonna del Gonfalone, la banda che suona, mia nonna che fa le pizzelle…come in un quadro di Chagall, l’ordine delle cose è sovvertito, tutto è gioia, è festa, è musica, è colore, con quella giocosa levità che può toccare solo chi è passato attraverso il baratro del dolore e della paura. Continuo a dormire, per continuare a volare.
Maggio 2009
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