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L'Abruzzo del post-terremoto
di castaway

Il dolore ed il contegno di chi in Abruzzo vive, ama, sogna e spera

In difesa dell'Aquila

Scritto da castaway il 15/06/2009

L'Aquila è luogo di memoria. Tutto ciò che è grande, bello (ovvero lo era) proviene dal passato. Quando camminavamo per le sue strade, che si dispiegavano tra la grandiosità degli edifici antichi e la raffinatezza dei dettagli architettonici, segni indelebili di regale fusione tra pietra e sapienza, ebbene questa bellezza ci ricadeva addosso, ricolmandoci al contempo di un senso di placida pienezza e di profondo coinvolgimento estetico.
In un tempo lontano, quando l’incastellamento dettava i caratteri del Medioevo, in questa parte d’Abruzzo tutta la popolazione contribuiva all’assetto di paesi e città; uniti in corporazioni i cittadini fondavano chiese e palazzi scrutando misteriose ombre proiettate a terra da ancestrali strumenti, ascoltando il sibilo dei venti dominanti e relazionandosi all’Est quale origine di tutte le cose.
Il rapporto con le tracce della preesistenza della civiltà romana consisteva nel recupero di prezioso materiale di spolio da impiegare nella nuova fabrica, atteggiamento che confermava l’assunto della crescita della città sulla città. Così come all’Aquila, anche nei centri abruzzesi minori (fra i più belli, Calascio e il suo castello più alto d’Abruzzo, Castelvecchio Calvisio con il suo peculiare impianto planimetrico “a schiena di tartaruga”, San Benedetto in Perillis con la sua antichissima chiesa abbaziale di matrice longobarda…) le porte urbiche, le case-bottega prendevano corpo pietra su pietra in una forma che necessariamente scaturiva dalla funzione per poi divenire pura simbiosi con il paesaggio, secondo una crescita organica che pareva scaturire dalle rocce stesse.
I campi degli altopiani, sapientemente suddivisi secondo una centuriazione di tipo medievale in fasce lunghe e strette, nella loro unicità erano la rassicurante gerarchizzazione geometrica della silenziosa confusione dei pascoli collettivi. Era infatti la transumanza che garantiva la sopravvivenza in questi territori aspri, freddi d'inverno ma luminosi, incantati d'estate. La transumanza, pratica obbligata che in settembre vedeva il lento e progressivo spostarsi delle greggi dalle alture d'Abruzzo fino agli stazzi della Puglia, ha determinato l'assetto paesaggistico della campagna aquilana, solcata dai così detti tratturi, fiumi d'erba battuti dal passo delle pecore.
Deposte sui campi come cristalli, le chiese tratturali erano punti d'incontro e di benedizione prima della partenza, avamposti prima delle faticose marce verso il mare, luoghi di ristoro, di scambi di notizie e di consigli. Nell'Abruzzo aquilano c'è una tipologia architettonica tratturale, una cultura culinaria tratturale, una sapienza che è perfetta sintesi fra cultura stanziale (i campi coltivati dei contadini che rimanevano) e cultura nomade (le greggi dei pastori che partivano, sapendo però di tornare con la bella stagione). Sulle millenarie strade d'erba ancora oggi si nascondono necropoli neolitiche, resti di città di fondazione romana, borghi antichi incastellati nel medioevo ed ancora intatti.
I campi coltivati: sempre ai campi della vallata, con i loro armoniosi colori, era affidato il compito di stemperare l’aspro grigio delle rocce circostanti, che col tempo si facevano case. Era questa la via giusta per avere quella sintonia cosmologica con il mondo, di cui oggi spesso ci sentiamo orfani.
All’Aquila il nostro sguardo godeva ancora del passaggio obbligato attraverso il chiavistello del Medioevo e del Rinascimento, non per nostra volontà ma grazie alla volitiva coesione di pastori, fabbri, scalpellini, architetti, monaci, guerrieri e imperatori di antiche distanze temporali, la cui scrittura era l’architettura.
Quando il Rinascimento brulicava di traffici commerciali intorno alla Principessa del Sannio (così allora veniva definita L’Aquila), gli uomini animavano botteghe, strade e piazze contrattando, oltre che su lana e seta, sulla primaria fonte di ricchezza del tempo: un oro rosso, di sottile consistenza, dal profumo intensissimo e dagli usi molteplici. Lo zafferano, non uno zafferano qualunque bensì di una qualità tale da richiamare l’attenzione dei grandi mercanti del Nord che giungevano copiosi da Firenze, da Venezia e da Milano e poi ancora da Norimberga, da Augusta e da Colonia.
Lo zafferano aquilano transita per terra e per mare fino a giungere sulle coste della Turchia e della Persia dove sbarca, grazie alla sua irraggiungibile qualità. La Via dello zafferano diventa la Via degli Alemanni che, grazie al Gesamtwille che da sempre li contraddistingue, diventano i signori dello zafferano; la loro presenza non portò solo ricchezza di danaro ma anche ricchezza di rapporti, di scambi, di pensieri e di destini. In quel tempo, l’Abruzzo Ulteriore era costellato ad ogni angolo di segreti, i dazieri pronti a riscuotere le gabelle e a controllare la purezza dello zafferano che conserva le sue proprietà auree solo se non mischiato con i così detti indovinelli, gli ingannevoli stili gialli del fiore del crocus, per i quali si era passibili di pena di morte.
Nel 1583 i mercanti distribuiscono per la Via dello Zafferano 30.000 chili della preziosa essenza e la ricchezza che ne conseguì è leggibile nelle chiese, nelle piazze e nei palazzi che ancora caratterizzano il tessuto urbano dei 99 borghi antichi, che inseguendo il sogno di Federico II, nella seconda metà del XIII secolo, concorsero alla fondazione della città dell’Aquila. I palazzi rinascimentali aquilani restituiscono il carattere raffinato e volitivo delle genti dell’epoca: volumi puri, compatti, ingentiliti all’esterno da austere cornici in pietra bianca, ma quando si accede ai cortili interni…quale meraviglia sorprende i nostri sensi incantati! La spazialità, spesso distribuita intorno al pozzo fulcro della composizione, ci invitava a camminare percorsi di stupore affinché ne divenissimo compartecipi, per respirare fino in fondo il profumo dell’artisticità inscindibile dalla technè, dal mestiere di mano sapiente e accurato, rendendoci testimoni di raffinatezza artistica unita a sapienza tecnica, consegnateci dalla spirale della storia.
Se è vera l’asserzione di Rosario Assunto, secondo cui “oltre che nell’individualità che ogni singolo artefice esprime in modo diverso in ciascuna delle sue opere, le costruzioni dell’Europa barocca sono diversificate dalla loro rispondenza al clima, alla luce, alle tradizioni, ai costumi delle singole località”, allora è possibile mettere in luce un Barocco aquilano che si esprime non solo in base alle varianti su citate, ma soprattutto in relazione ad un fattore del tutto autoctono: il terribile terremoto del 1703, vero spartiacque fra un assetto urbano consolidato ed una città pressoché da ricostruire. La città è ricca di chiese, cappelle e palazzi dove è riscontrabile il sapore barocco del ripristino, successivo all’evento sismico del XVIII secolo, dopo il quale furono realizzate architetture che seppero dare un respiro barocco alla città in termini di spazialità, sia nella volumetria interna ma sopratutto nel nuovo rapporto con l’esterno, attraverso facciate dal volto inedito che, stravolgendo i rapporti metrici e visivi, hanno connotato le strade, le piazze della città con estremo carattere.
Nessun edificio barocco della città nacque da una progettazione ex novo; tutti dovettero confrontarsi, sorgere o completarsi su una preesistenza ereditata dal Medioevo o dal Rinascimento, elemento che risultò di forte stimolo e sfida per architetti cresciuti all’ombra della stabile scuola romana: fra i protagonisti più in vista spicca Francesco Fontana, progettista di Palazzo Ardinghelli, figlio di Carlo a sua volta nipote di Domenico Fontana, architetti di grido nella Roma barocca; e poi ancora Ferdinando Fuga, che a L’Aquila firma la prestigiosa chiesa di S. Caterina, realizzata durante i suoi anni romani.

Anche oggi, dopo la tremenda catastrofe del terremoto del 6 aprile 2009, noi dobbiamo avere la consapevolezza di far parte di questa storia, che non è storia passata: è la nostra storia, la grande storia di ciascuno di noi che ancora ci caratterizza, ci definisce e, soprattutto, ancora ci chiama.
Tutto questo QUI, una volta così intimamente assaporato, è l’ombra di un altrove, fuori d’ogni spazio e tempo, che risiede dentro di noi. La storia si moltiplica in un infinito presente, tutto è mirabilmente connesso e intrecciato.
Perché i luoghi come L'Aquila devono continuare ad avere questa caratteristica: non stare fermi ma, come le navi, continuare il loro viaggio in avanti, per mostrare il carattere cosmopolita che si genera in chi li vive. Non dobbiamo dunque sperimentare solo una logica di nostalgica commiserazione, giacché questa favorisce una perdita di sostanza dei luoghi, ma piuttosto di coinvolgimento, di mo-vi-men-to affinché il linguaggio del nostro territorio, attraverso la ricostruzione, torni ad essere un linguaggio di mobilità - fisica e fantasticata - che alluda con ieratica fermezza allo scambio, al contatto, alla conoscenza reciproca, alla bellezza.

*Stralcio della conferenza tenuta a Dresda il 7 Giugno nell'ambito del World Heritage day.












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